Tanti auguri alla Me sociale e alla Me anarchica.
Oggi ho 50 anni. E vista la possibilità di finire nella terza guerra mondiale, e per giunta nucleare, non era detto di arrivarci!
Due anni fa ho compiuto 48 anni in lockdown. È stato un compleanno strano, decisamente diverso e speravo che restasse unico nel suo genere. Non sono certo una da grandi feste, forse una volta lo ero, ma crescendo ho sempre optato per festeggiamenti più intimi. A volte solitari. Ma il lockdown mi è sembrato poco adatto anche alla nuova Me, decisamente più chiusa e riservata della vecchia Me.
Comunque per il giorno del mio compleanno ho sempre avuto una serie di rituali. Pranzare nel mio ristorante preferito; bere tante bollicine; concedermi una lunga passeggiata nella natura; girare per negozi a caccia di un regalo speciale per me. Per i miei 40 anni mi sono regalata un giorno ed una notte in un castello, con una spa in esclusiva e una cena strepitosa. Due anni fa, invece, ho sperimentato e festeggiato con la reclusione! Certo non mi era mai capitato prima e sinceramente speravo di non doverlo più ripetere. Un atmosfera surreale, in una pandemia surreale. Ma anche l’anno scorso è andata più o meno così. Ok, non eravamo in lockdown e dopo un periodo di alternanza tra zone arancioni e rosse, eravamo gialli. Meno restrizioni, ma sempre con chiusure, paure, limiti e divieti.
Abbiamo attraversato più di due anni di pandemia. Mascherine chirurgiche e FFP2, gel detergenti, distanziamenti, coprifuoco, cibo da asporto, amazon, just eat, Dad, quarantene, isolamenti, tamponi rapidi e molecolari…. le nostre abitudini stravolte. Le nostre vite cambiate. La paura iniziale per molti è diventata rabbia, per altri è panico, mentre molti negano. Poi sono arrivate le vaccinazioni. Nel mio caso la prima dose a giugno, la seconda a luglio. E sembravano abbastanza. Poi si sono inventati il GreenPass, quello base e il rafforzato, per convincere i no-vax, ma non è bastato. Poi sono arrivate le mutazioni e il booster. A gennaio la terza dose. Ho collezionato un paio di quarantene e mi sono scontrata con l’inefficienza della sanità lombarda. E la sensazione e la paura che tutto ciò che facciamo non sia abbastanza. Si va a tentoni. Sempre, su ogni cosa, figuriamoci una pandemia! E adesso c’è anche la guerra a complicare tutto!
Ma io cosa ho provato? A esser sinceri, sulla carta una pandemia avrebbe dovuto spaventarmi a morte. Ma così non è stato. Eppure fin da piccola ho sperimentato una grande paura. Paura, che molte notti non mi lasciava addormentare, per l’idea che avrei potuto non svegliarmi più. Paura di morire.
La mia infanzia è stata costellata da tante morti di anziani parenti, ma anche di giovani conoscenti. Nessuno mi ha mai indorato la pillola. Malattia e morte non sono mai stati un tabù nella mia famiglia. Nessuno mi ha mai nascosto il dolore di una malattia terminale, le lunghe cure necessarie e spesso inutili. Ho imparato a riconoscere la sofferenza, il dramma della malattia. E non mi venivano raccontate favole. Nessuno volava in cielo e ci guardava dalle nuvole. Chi moriva, moriva. Punto e basta. Siamo una famiglia piuttosto razionale ed essenziale da questo punto di vista. E siamo atei. Nessun paradiso, nessun inferno. Nessun dopo. Ci giochiamo tutto e subito. Durante!
Fin da piccola, però, ho sempre voluto affrontare la mia paura. E lo facevo di petto. Avevo bisogno di vedere i miei morti, esposti nelle loro bare, per cogliere le trasformazioni dei loro corpi e visi, ormai privi di esperienze ed emozioni. Prima era vita, poi solo involucri neutri. Mia nonna Celeste. Zio Libero. Il mio amato zio Auro….
Nessuna paura dei morti, ma tanta paura di morire. Vedere i morti in faccia era il mio modo di esorcizzare la paura. Era la necessità di cogliere un segnale di pace su quei volti ormai non più familiari. Non era un sentimento morboso. Era una necessità.
Quando è morto mio nonno Ricciotti mi sono introdotta nella stanza in cui era esposto e mi sono chiusa dentro a chiave. Il corpo freddo. Il colorito innaturale. Le labbra serrate. Avevo 11 anni e il mio punto di riferimento giaceva lì. Non c’era più traccia del suo sguardo severo, né dei suoi sorrisi ironici. La sua cultura, i suoi valori. Non erano più in quel corpo. Avrebbero vissuto ormai solo attraverso di me. Ne custodivo l’eredità.
Ma la paura di morire è rimasta. Anche se sono diventata adulta. Anche se davanti ad essa divento ogni volta di una sorprendente e glaciale razionalità e faccio scelte anche al posto degli altri, quando li vedo piegarsi dal dolore. Ed è stato così, infatti, che ho deciso a 11 anni di guidare il corteo funebre di mio nonno, con al mio fianco una amica e in mano una calla. Il suo fiore preferito. Ed è così che da casa ho guidato una folla di persone davanti alla sede del partito, intonando Bandiera Rossa. Ed è così che ho raccolto la sua volontà di funerale civile.
Allo stesso modo, molti anni dopo, ho gestito il funerale di mia nonna Fausta, prendendo decisioni drastiche che le sarebbero molto piaciute. Ho accolto il suo strano desiderio di un funerale che rompesse meno possibile i coglioni… parole sue!
La cosa strana è che questa mia paura di morire non è mai diventata ipocondria o paura di ammalarmi. Ed è per questo che questa pandemia non mi ha piegata psicologicamente. Ho paura di morire, ma voglio che la morte mi trovi viva. Preparata si, ma viva. Probabilmente, anzi sicuramente, ubriaca o fumata, ma viva! La morte l’ho sempre temuta, mai attesa.
Questo mi ha salvata dall’isterismo della pandemia. Dall’iniziale corsa a saccheggiare i negozi. Dall’accaparramento folle delle mascherine. Dal fare il bagno nell’amuchina.
Razionalità. La mia ancora. La mia difesa. E la mia razionalità mi ha fatto diventare roccia per mia mamma e mio babbo, quando lui ha dovuto affrontare un tumore, scoperto per caso, l’asportazione di un rene e le complicazioni di un post intervento, condito dalla positività al Covid, contratto in terapia intensiva. Mi ha fatto rimanere serena nella quarantena fiduciaria, nei tamponi fatti, nel rispettare iter e procedure. E son rimasta razionale quando dopo pochi mesi gli si è presentato anche un tumore al polmone e un nuovo intervento. Tutto è andato bene, alla fine. Ma son rimasta lucida.
Ho accettato le misure imposte, anche se non le ho condivise in toto e ho criticato quasi tutto ciò che è uscito dalla bocca di Fontana. Ho analizzato statistiche e curve del virus. Ho considerato le sue origini e le sue conseguenze. Ho, comunque, chiuso la porta di casa dietro di me, uscendo solo di rado e per necessità, tanto sto bene con me stessa e in casa ho tutto ciò di cui ho bisogno. Il mio amore, la mia tribù felina. I miei libri. I giochi. I film. Le passioni. Gli hobby.
Ho azzerato la mia vita per i mesi della prima ondata, mesi che erano cruciali per i cambiamenti che stavano avvenendo nella mia vita. Una casa comprata a metà, in stand by da lockdown. Progetti tenuti in sospeso per mesi. C’erano mobili da comprare. Cantieri da sbloccare. Uffici chiusi. Una casa in affitto da lasciare. Un trasloco da organizzare. Tutto fermo. In una casa non mia, senza nemmeno un balcone da cui cantare.
Eravamo in un limbo che ho detestato. Io ho bisogno di certezze e di organizzazione. Il pressappochismo, lo staremo a vedere, mi mandano in bestia!
E invece ci siamo in mezzo. Ci siamo ancora in mezzo, dopo due estati sregolate vissute da perfetti coglioni e un primo inverno di regioni a colori, proteste, un governo caduto, vaccinazioni col contagocce e vaccini fatti solo per i vecchi. E un altro inverno trascorso con la stragrande maggioranza degli italiani vaccinati e le regole che cambiavano ancora… e non si vede la fine del tunnel. Ne usciremo? Quando? Ne usciremo interi? Ripartiremo? Come? Unica cosa certa è che siamo esausti. Io lo sono. L’emergenza è finita. Così hanno deciso, ma il virus c’è ancora, anche se adesso si parla solo di guerra. Una guerra che a parole nessuno vuole, ma che nessuno tenta di fermare.
E quindi sono qua a festeggiare il mio nuovo anno di vita parlando di morte! Un paradosso? No. Assolutamente. Amo vivere e non voglio perdere nemmeno un secondo di questa mia vita. Eppure mi sembra di averne perso un pezzo importante. Perso tempo, sicuramente. Ma soprattutto sono convinta di aver perso una parte di Me. La Me sociale, chiacchierona e sorridente, soppiantata e asfaltata dalla Me riflessiva. Quella più silenziosa e solitaria. Quella più cupa. Ma in Me c’è anche una parte ribelle. La mia parte dark, forse adolescenziale. Sicuramente anarchica. La parte di Me che nessun lockdown sarebbe riuscito a confinare tra quattro mura. Invece è successo. Quella Me che non potendo uscire sarebbe scappata passando dai tetti. Non per andare chissà dove, ma solo per essere libera di andare. Libera anche solo di sedersi su un tetto o sotto un albero. Ma la libertà cui aspiro non va confusa con la libertà di non vaccinarmi. Non sono no-vax. Anzi, la Me anarchica e ribelle vorrebbe spaccare la faccia proprio a questi pazzi che rifiutano la scienza… perché le loro scelte sono quelle che spingono sempre più in là la fine di questo incubo. Perché la loro tanto decantata libertà individuale lede la libertà di un intero popolo che ha voglia di vivere! E la Me cupa è diventata anche una Me incazzata!
Ecco, oggi faccio gli auguri di compleanno a quella Me! La Me libera, un po’ sociale e un po’ anarchica! E bramo un regalo di compleanno, per tutte le altre parti che compongono Me.
Auguro a Me la libertà di ricominciare a vivere! Vivere normalmente. E anche a tutti voi!