Io faccio parte di una famiglia di fatto. Siamo due umani, io e il mio compagno, e tre gatti. Considero i miei gatti come membri effettivi della mia famiglia. Tra noi c’è affetto, cura reciproca. Ci sono regole da rispettare e un dare e ricevere amore incondizionato. Siamo una tribù umano-felina. Lo so, state già pensando che sono una “fanatica” animalista. La mia colpa è quella di considerare gli esseri viventi tutti sullo stesso piano. E’ la mia filosofia di vita, da sempre.
Sono animalista da quando sono nata, vegetariana da vent’anni, vegana da troppo poco tempo. Sono animalista da quando ho riconosciuto la sofferenza negli occhi degli animali.
Era un coniglio. Ce lo avevano portato vivo, ma da lì a poco avrebbe fatto una brutta fine. Non era un animale da compagnia, ma era destinato a finire in pentola. Non ricordo quanti anni avessi, ero piccolissima, e feci tutto il possibile per liberare quel povero animaletto con gli occhi tristi. Mi opposi alla sua uccisione quando fu riacciuffato e annunciai che se lo avessero cucinato io non avrei mangiato. E non lo mangiai. E non mangiai più carne di coniglio. E piano piano iniziai ad associare alle carni che trovavo nel piatto l’animale da cui derivavano. Il disgusto verso quei cibi, verso quella barbarie aumentava giorno dopo giorno. Ma ero piccola e mi dicevano che per crescere dovevo mangiare tutto. Nella mia testa di bambina pensavo che avrei potuto mangiare solo le parti del corpo che non erano vitali per un animale. Mi sarei nutrita di sole ali di pollo. Pensavo che in fin dei conti un pollo poteva sopravvivere anche senza ali, mentre il petto o le cosce erano importanti per lui. Ero una bambina. Ragionavo come tale, ma crescendo eliminai dalla mia dieta un animale alla volta, facendo sempre più fatica a buttare giù quelle carni.

Ho sempre detto a tutti che “da grande” sarei diventata vegetariana e così è stato.
Lo proclamavo ai pranzi di famiglia con tavole imbandite, cibandomi di solo insalate in forma di protesta, anche se l’insalata non mi piaceva. Lo ripetevo ogni volta che mi mettevano davanti qualcosa che ritenevo immangiabile. Lo sbraitavo davanti ai cacciatori e ai piccoli allevatori. Loro erano assassini e io non volevo le loro carcasse.
Volevo bene agli animali. Volevo che tutti gli esseri viventi potessero condurre vite dignitose, senza essere sfruttati e uccisi per ingrassare noi umani. Dopo tutto c’erano così tanti cibi che potevamo mangiare al posto della carne! La pizza era sicuramente più buona di una triste fettina di carne stopposa come una soletta di scarpe!

L’amore smisurato che ho sempre avuto per tutti gli animali è rimasto tale anche dopo esser stata morsa in faccia da un grosso pastore tedesco, che per puro miracolo non mi ha dilaniato metà viso. Un’esperienza spaventosa, sentire i suoi denti aguzzi sulla mia carne, scivolarmi sulle ossa dello zigomo e lacerare la mia guancia e il mento. Nonostante questo, nonostante la corsa al pronto soccorso con un buco in faccia, nonostante i punti messi, la cicatrice, la profilassi antirabbica….io continuo ad amare i cani.
L’amore per gli animali però è cresciuto quando ho avuto i primi veri approcci con i felini. Da piccola ero così attratta dai gatti che mi sono fatta contagiare la tigna da un piccolo randagio. Era dolcissimo, piccolissimo e bianco candido…e malato. Questo batuffolo che noi bimbi del quartiere avevamo chiamato Coccolino ha impestato tutti con la sua malattia, ma io ho esagerato. Se gli altri avevano manifestato solo qualche macchia di tigna sulle mani o sulle braccia, io mi sono ritrovata con una bella macchia in testa. Capelli persi e una lunga profilassi per desquamare la zona infetta. Una roba dolorosa e lunga che non auguro al mio peggior nemico (o forse si!), ma ho continuato a prendere in braccio e spupazzare qualsiasi gatto trovassi sulla mia strada.

Poi è arrivata l’epifania, anche se è stato durante un pranzo di Natale. Era una giornata molto fredda e mentre banchettavamo (io a dire il vero in quell’occasione avevo optato per un piatto unico di miglio e zucchine) si è presentata alla nostra porta una gatta vecchia e mal ridotta. Faticava a camminare. Il suo pelo era umido e appiccicaticcio. Aveva del sangue rappreso sul tutto il corpo e odorava di malattia. Le abbiamo procurato una cesta con delle copertine calde e abbiamo provato a vedere se avesse ferite aperte. Non voleva farsi toccare, ma stava lì. Aveva bisogno di riposare. Dormire, al caldo. Il giorno dopo era pronta a ripartire per il suo viaggio. Rimase sui gradini a guardare la nostra porta, finché non mi vide uscire verso di lei. Mi guardò. Miagolo e se ne andò. La seguii fuori dal giardino e la vidi allontanarsi. Lei si volto altre due volte a cercarmi e entrambe le volte miagolo il suo grazie. Poi sparì. Non la vidi mai più. Quel giorno capii che tutto ciò che mi avevano detto dei gatti era falso. Non sono opportunisti. Sono capaci di amare e donare agli altri emozioni pure.
Poi è arrivata Eva. Gatta randagia e arrabbiata con il mondo. Abbandonata e delusa dagli uomini. Gatta affamata che rubava foglie di insalata alle tartarughe e si nutriva solo di quelle, finché non ha trovato la via di casa nostra e un po’ alla volta si è trasformata, da diffidente graffiatrice di mani in gatta di casa, che divide il letto con i miei genitori. Eva ha cambiato, anno dopo anno, il suo carattere adattandosi a quello della sua famiglia adottiva, ne ha sposato le abitudini e ha seguito i suoi umani in mille traslochi senza mai protestare. Giusto per sfatare il mito che i gatti si affezionano alla casa e non alle persone, lei ha accompagnato i miei genitori ovunque andassero, continuando ad amarli.

Leggendo queste mie righe penserete ancora di più che sono una invasata delirante. Ma avete mai provato a ricevere amore incondizionato da parte di un animale? Pensate che io sia esagerata, che sono solo animali, ma per me non è così! Per me è molto di più, perché quando nelle nostre case entra un animale, le nostre vite cambiano. La nostra sensibilità si acuisce e impariamo a vedere le cose anche dalla loro prospettiva. Che sia un cane, un gatto, un coniglio, un criceto, una tartaruga, un furetto, un cavallo, un maialino o un passerotto poco cambia….
Già, un passerotto. La mia Titti. La mia dolcissima amica Titti. Frequentavo la prima media quando Titti è entrata nella mia vita. Era una cucciolotta, salvata da un cacciatore. Tutti mi dicevano di non affezionarmi, che non sarebbe sopravvissuta a lungo. Titti contro ogni pronostico è stata con noi per quasi 12 anni. Addestrata da me a vivere con noi, mangiare con noi, abitando in una lussuosa gabbia con piscina e potendo entrare ed uscire da essa a suo piacimento. La portavamo anche in vacanza con la sua gabbietta da viaggio! Titti amava mangiare lo zucchero bagnato di caffè nel fondo della tazzina. Titti mangiava dalla mia bocca, giocava con me e quando sentiva la mia auto che frenava allo stop in cima alla via di casa, annunciava a tutti il mio ritorno, cinguettando felice! Titti nei suoi ultimi giorni di vita non mangiava più, si stava spegnendo poco alla volta, finché una sera si è accovacciata sotto il mio mento, dandomi una lieve beccatina alle labbra e ha chiuso gli occhi per sempre. E’ stato difficile non sentirla più cinguettare. Ed è difficile raccontare la mia amicizia con un passerotto. Le ho voluto bene e lei ha scelto di rimanere con noi, nonostante le finestre aperte e i miei ripetuti tentativi di spingerla a volare per la sua strada. Un amore ricambiato.

Adesso nella mia vita ci sono tre gatti. Tre esemplari magnifici della loro razza. Ognuno con un carattere diverso, ognuno capace di dimostrare amore in modo diverso, ognuno bisognoso di vivere con noi una relazione particolare.
C’è Prost che, fin dal primo momento in cui ha piantato i suoi occhi su di me, ha deciso che io potevo fare al caso suo e mi ha eletto sua nuova mamma. Quasi nove anni di vita insieme e ogni notte si addormenta nell’incavo del mio braccio impastandomi e ciucciando il mio pigiama, come fa un cucciolo cercando latte dalla sua mamma gatta. Prost che ama l’armonia della nostra tribù e se io e il mio compagno litighiamo si mette tra di noi miagolando disperata per farci smettere. Prost, gatta un po’ snob, dai difficili gusti alimentari.
C’è Damon, una vita piena di problemi di salute. Salvata più volte da noi e dai nostri veterinari. Gatta unica che porta con se una serie di patologie che la penalizzano e che ogni mattina si presenta, puntuale alle otto, a farsi dare la sua pastiglia. Damon attaccata alla vita con le unghie e con i suoi pochi denti. Damon che ha bisogno di tante coccole e che ama il caldo. Damon che non ha paura di niente e di nessuno. Damon che dorme ogni notte spalmata sulla mia schiena e che ogni mattina quando esco per andare a lavoro piange e mi si avvinghia alla caviglia per tentare di trattenermi.
C’è Keke, gatto fifone che non smette mai di chiaccherare e di cercare coccole. Keke che una stronza di veterinaria voleva sopprimere perché troppo selvatico e che timidamente si è lasciato avvicinare, diventando la nostra ombra. Potesse ci entrerebbe sotto la pelle, per cercare un contatto quasi simbiotico con noi. Keke che ama giocare a calcio con le cartine delle caramelle e che prende i croccantini al volo. Keke che si nasconde sotto le coperte ogni volta che suona il campanello. Keke che quando gli taglio le unghie, con una zampa si copre gli occhi per non vedere.
La mia vita senza di loro sarebbe vuota e lo sarebbe stata senza tutti gli altri gatti che ci sono stati, anche se per poco. CCRT, micro micio trovato abbandonato in un parcheggio che amava saltare sui piatti mentre mangiavamo; Piquet che ci è stato strappato via da una brutta e inesorabile malattia troppo presto; Vanina, voce sgraziata, che abbiamo accolto per cercarle una nuova casa e che mi ha rapito il cuore…

Quando ero piccola definivo mia nonna “preoccuposa” perché sentiva come sua ogni tragedia umana. Non conoscevo ancora il termine empatia, che ben si prestava al suo sentimento. Ma lei viveva la sua empatia in maniera molto ansiosa. Si preoccupava e si arrabbiava perché non sapeva cosa avrebbe potuto fare per risolvere le situazioni. Insomma ansia a iosa! Bene, io la prendevo in giro per questo, ma il DNA e l’ambiente educativo-socio-culturale non perdonano.
Non ho mai affrontato con leggerezza la vita, sono sempre stata riflessiva e razionale, ma piano piano con il passare degli anni sono diventata anche io “preoccuposa”. Vivo sulla mia pelle i mali del mondo e le sofferenze umane e animali e vivo con ansia il fatto che non ho armi per cambiare le cose. Posso salvare un gatto abbandonato, trovargli una casa e continuare a soffrire per lui, anche se non è più una mia responsabilità. Soffro perché vorrei poter salvare tutti i gatti del mondo, tutti gli animali del mondo, e so che non posso. Nonna che bell’eredità che mi hai lasciato! Tu, nonno, babbo e mamma non potevate crescermi frivola e capace di emozionarmi solo davanti ad una vetrina di gioielli!?!? No. Non potevate e sono felice di questo!
Vorrei poter aiutare anche tutte le persone in difficoltà, ma sto male perché se mi guardo intorno vedo solo egoismo, pregiudizi, ignoranza, cattiveria e razzismo e so che per quanto io possa sforzarmi, l’essere umano nella maggior parte dei casi neanche merita di essere aiutato…forse è per questo che amo gli animali più degli umani, perché quando ne salvi uno ti è riconoscente e amico per sempre. Mentre, se tenti di salvare un amico spesso ti si trasforma in un nemico.