Esiste veramente l’amicizia?
Intendo quella pura, senza secondi fini, consci o inconsci. O meglio, quanti tipi di amicizia possono esistere?

Quando siamo piccoli siamo naturalmente inclini a fare amicizia con alcuni nostri coetanei e allo stesso modo siamo capaci di provare disagio nel frequentare altri bambini. Scegliamo alcuni e ne scartiamo altri, ma il confine tra chi ci piace e chi no è molto labile. A volte basta che un bambino, con cui non abbiamo mai legato, ci faccia vedere un gioco nuovo che noi adoriamo e siamo pronti a cambiare idea su chi sia il nostro miglior amico. Altre volte portiamo avanti la relazione con l’amica del cuore, solo lei e sempre lei (quasi fosse una sorella), dai banchi dell’asilo all’Università. Oppure siamo, fin dalla prima età, animali sociali, tanto da imporci al centro dell’attenzione di una intera classe (o gruppo) di amici. Insomma punti di riferimento, cercati da tutti in un gruppo di amici alla pari.

Entrando in adolescenza, l’amicizia, l’adesione al gruppo, il far parte di un qualcosa in cui primeggiare o nascondersi (a seconda delle individualità) diventa basilare. Staccandoci gradualmente dalla famiglia ci rifugiamo negli altri. Le amicizie nascono sui banchi di scuola, sui campetti di calcio, nelle palestre, negli oratori. Si basano sulla condivisione di una passione, come può essere la squadra di calcio che tifiamo o il tipo di musica che ascoltiamo, oppure sulle affinità caratteriali, ma anche sulla pigrizia! Conosco persone che si frequentavano anche fuori da scuola perché compagni di banco. Unico reale motivo. Messi insieme dalla maestra. Rimasti insieme per incapacità di comunicare e aprirsi con gli altri. Amicizie nate (si fa per dire) il primo giorno di scuola e finite con la maturità…poi separati dalla scelta di studi universitari diversi, perché niente di realmente concreto li teneva insieme.

Difficile capire se in quegli anni le amicizie siano reali o siano solo conoscenze più o meno approfondite, magari di comodo, magari cercate per compensare mancanze caratteriali o per sopperire bisogni diversi. Dietro quante amicizie si nasconde invece un desiderio amoroso eterosessuale, ma anche omosessuale? O quanti legami profondi possono, invece, esser nati dopo storie finite male? Quante amicizie reggono agli anni che passano, alla lontananza, alle scelte di vita che separano? E quelle che resistono sono sempre le vere amicizie?

Io ho sempre avuto molti amici, o meglio ho frequentato molte persone, in ambienti diversi, con caratteristiche diverse. Avevo l’abitudine di conoscere gente nuova e portarla nel mio gruppo abituale, nella mia compagnia che si allargava continuamente. In genere ci sono molte compagnie chiuse. Noi no, eravamo un gruppo aperto, in continua espansione, con dinamiche veloci di avvicinamenti e allontanamenti, amori ed odi in continua evoluzione. Un gruppo eterogeneo, dinamico, caotico, ma apparentemente molto unito, nonostante gli alti e bassi. Quanti di questi conoscenti, però, sono rimasti nella mia cerchia di amicizie adulte?
Grazie ai social come Facebook ho avuto modo di ritrovare molti di loro….persone che ho perso nella realtà per i miei continui cambi di vita e di città. Non sono, comunque, molti quelli con cui ho mantenuto un rapporto costante negli anni, quelli che quando torno a casa mi fa piacere incontrare, quelli che quando riabbracci dopo anni è come se non fosse passato nemmeno un giorno dall’ultima volta che li hai visti.

Forse l’amicizia vera è questa. Naturalezza. Non dovere per forza, e continuamente, rimarcare la nostra presenza, ma esserci quando ce n’è bisogno. Essere in grado di riprendere le fila di un discorso interrotto anni prima, senza problemi e rancori.

Essere adulti rende difficile mantenere i legami. Farsi una famiglia, lavorare, avere obblighi, preoccupazioni, ritmi forsennati, nuove abitudini e aspettative rende difficile portare avanti le vecchie amicizie e ancora di più crearne delle nuove. Ci muoviamo per compartimenti stagni e categorie occasionali e specifiche: colleghi di lavoro; gruppo delle mamme della classe del figlio; il gruppo di spinning o di calcetto; i vicini di casa; e ovviamente gli amici storici.
Fortunato, infatti, è colui che riesce in tutto il trantran quotidiano a coltivare le amicizie di sempre, a tener vivi vecchi legami.

Ma per me cos’è l’amicizia?
Amicizia è fatta, fondamentalmente, di ricordi, vecchie foto e di post su Facebook. Vivendo lontana dai miei amici di lunga data è inevitabile. Qualche telefonata ogni tanto, qualche WhatsAppata e tanta nostalgia le poche volte che si riesce a incontrarci.
Amicizia è anche assenza. Per i legami che si sono irreparabilmente rotti. Per liti, incomprensioni, azioni meschine, cose non dette, torti subiti, ma anche ricambiati. Per partenze e addii definitivi.
Amicizia è anche mancanza. Per chi non c’è più. Per chi ha deciso di non esserci più, ma la sua presenza è quotidiana, forte, come se ancora fosse tra noi.

Amicizia per me è una telefonata ricevuta in piena notte, sul fisso di casa. Uno squillo che fece svegliare tutta la mia famiglia. Una telefonata infinita che mi avvisava che il mio ragazzo di allora e quella che ritenevo essere la mia miglior amica avevano una storia….
Una telefonata difficile per chi la stava facendo e per me che la ricevevo. Un amico che non riusciva più a far finta di non sapere, a cui era stato chiesto di tacere, che era stato costretto a promettere di non parlare. Ma un amico se ne frega di promesse fatte ad altri, anche se tra gli altri c’è la sua ragazza. Un amico vero sa quando è il momento di parlare. Sa che ti farà soffrire con la verità, ma sa che è l’unico modo che ha per aiutarti.
Da quella telefonata è cambiata la mia vita. Ho smesso di fidarmi. Ho tagliato dei ponti. Ho aspettato che gli eventi si manifestassero da soli per non mettere nei casini chi aveva parlato….dopo di che, niente è stato come prima. Ho smesso di credere all’amicizia. Ma contemporaneamente ho trovato la vera amicizia e una spalla su cui piangere e il mio ascolto da offrire quando lui aveva problemi….e ovviamente la mia spalla da offrire quando era lui a dover piangere!
Poi davanti agli altri continuavamo a fingere che tutto fosse a posto. Continuavamo a punzecchiarci e a litigare un po’ su tutto. Io gli dicevo che non avevo bisogno di un fratello maggiore che guidasse la mia vita e mi giudicasse. Lui mi diceva che non aveva bisogno della maestrina che correggeva i suoi errori…. Poi se rimanevamo soli, ma più spesso capitava al telefono, ci confidavamo le nostre gioie e i nostri dolori e il nostro desiderio di andare via da una città che stava stretta ad entrambi, ognuno con le proprie ragioni e per la propria strada.

Amicizia eri tu. A quell’età però le cose cambiano molto velocemente. Tu sembravi più felice e sereno. Io ero alla ricerca di un mio equilibrio, troppo concentrata su di me per capire che stavi male. Ci siamo persi un attimo e ti ho perso per sempre.

Era il 2 dicembre 1990. Domenica pomeriggio. Erano le 18 circa. Quel treno ti ha portato via. Avevamo 18 anni e tutta la vita davanti. La tua vita però si è fermata lì!
Sono passati tanti anni, ma il dolore è sempre lo stesso. Il nodo alla gola è lo stesso di quando mia mamma, quella sera, mi diede la notizia. Incredula, frastornata, stordita, triste, vuota. Le mani tremano e la mente si perde dietro mille ipotesi e congetture e una domanda sola, sempre quella: perché?