Ricomincio da zero.

Sono in stallo: non scrivo, non leggo, non comunico, non rido… altro che stand by, mi sono spenta. Delusa dal genere umano, mi sto, pian piano, isolando da tutto e da tutti.

Vorrei azzerare tutto. Annullare tutti. Ripartire da capo.
Una nuova vita, una nuova casa, una nuova città, nuovi stimoli, incontrare gente nuova, diversa. L’ho già fatto tante volte. A volte l’ho dovuto fare perché il flusso della vita ti obbliga ad andare in certe direzioni anche quando, in realtà, vorresti rimanere ferma. Non avrei mai scelto di abbandonare Cesena volontariamente, ma la vita mi ha portato lontano da lì. Lontano da una vita che avevo scelto e che spesso mi manca. Lasciare Empoli (l’ho fatto due volte) non mi ha mai pesato. La mia città mi stava stretta, ma mi mancano l’armonia, la gentilezza, la compagnia, la familiarità, l’amicizia (ma non tutti gli amici…).

Adesso invece sogno l’altrove. Che poi nella sua forma perfetta, l’altrove, è Cuba, La Habana. Un sogno che ho sfiorato, era a portata di mano e poi è svanito. La mia città. L’unico posto al mondo in cui non mi sono mai smarrita (e ricordate che mi sono persa anche tornando da Firenze a Empoli!) e nel quale mi orientavo come se fossi vissuta lì da sempre.
Nell’impossibilità di realizzare il sogno, devo esser razionale e capire dove, io e la mia tribù umano-felina, possiamo ricominciare ed essere felici. Una riflessione che necessitava di più tempo, ma qualcosa si mette sempre di traverso e ci tocca correre, sperando che la fretta non sia cattiva consigliera.
Da anni maturo l’idea di cambiar casa: perché mi manca il mare; perché questo paesotto non mi ha mai accolta; perché una stanza in più farebbe comodo; perché tre piani di scale senza ascensore non sempre sono simpatici da affrontare; perché lasciar le bici in cortile è comodo, ma ce ne hanno già rubate due; perché vorrei un giardino per i gatti e magari anche per un possibile cane…
Adesso, però, tutto è precipitato. Adesso non sono tranquilla a vivere qui e abbiamo deciso di andare via.

Perché tanta fretta? Perché per la prima volta nella mia vita ho avuto paura, ce l’ho tuttora e mi sento a disagio.
Non mi riferisco alle paure ataviche e anche incomprensibili, come la mia per i serpenti che ho fin da piccola, anche se il mio primo serpente l’ho visto a 20 anni! Paura di cosa l’animale rappresenta più che del serpente in sé: essere strisciante, che si insinua, che ci tenta. Possibile che io così atea, mi sia ritrovata a far i conti con una paura culturalmente condivisa da generazioni di cattolici?!
Non parlo delle paure scatenate da fatti reali o traumi vissuti. Rimanere chiusa in ascensore, per ore, ad appena quattro mesi di vita, mi ha regalato una bella claustrofobia. Lo zio che, avrò avuto quattro o cinque anni, mi sporge dalla Torre di Pisa, per farmi vedere quanto è bella piazza dei Miracoli da lassù, mi ha donato un’ottima base per sviluppare l’acrofobia. La visione, sempre in tenera età, del film “Il villaggio dei dannati” mi ha generato una serie infinita di incubi e la conseguente paura degli occhi…

Sto male per altro, perché se tutto ciò non bastasse, la vita adulta ci pone situazioni con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti e che possono spaventarci: il timore di non arrivare a fine mese o di non essere all’altezza delle nostre e delle altrui aspettative; la paura di rimanere soli o di non saper crescere i propri figli o, come nel mio caso, si incontrano persone sbagliate, prepotenti, minacciose. Persone che possono farci paura… e questo è ciò che vivo adesso.
Ed ecco la molla, che rendendomi infelice e timorosa , ha fatto scattare la necessità di andar via.
Non mi sento al sicuro in casa mia. Non mi fraintendete, non ho paura dei ladri, ma dei vicini!
Dal temere che la vecchia di turno possa lasciare il gas aperto, al pensiero assillante che qualcuno per truffare l’assicurazione sarebbe anche capace di dar fuoco all’intero palazzo; dall’ansia da riunione di condominio, perché sicuramente ci sarà l’ennesima novità che minerà la tua salute mentale, all’ascoltare i rumori sulle scale per scendere giù di corsa fino a salire in auto senza incrociare quella determinata persona che ti fa venire i brividi per lo sguardo che t’ha lanciato, mentre minacciava di far del male al tuo compagno…
Ormai si comunica tramite avvocati, ma non si può vivere avendo paura. Non si può vivere nel timore che a questo gli prendano i 5 minuti di follia. Tutti minimizzano, anche se mostrano superficiale solidarietà. Lui spadroneggia. Io non ci sto. Io dopo dieci anni di insulti e battaglie non ci metto più la faccia, mentre gli altri si guardano la punta delle scarpe. Io me ne vado. Non è una fuga… è la mia vita ed è troppo breve per perdere tempo dove non si è felici!

Certo, è una paura che tengo sotto controllo, ne ho le capacità. Posso gestire questa situazione senza impazzire, ma non posso vivere qua a lungo. Piano piano, il timore si affievolisce, ma resta il disagio quotidiano e la consapevolezza che io non posso vivere così, sperimentando certe emozioni nocive. Voglio una vita diversa, voglio sentirmi a casa e qua non è più possibile.

Io ho bisogno di rapporti sociali e vivere in questa città e in questo palazzo, in particolare, mi ha fatto odiare la gente, mi ha isolato. Sono diventata una persona solitaria, triste, spaventata, ansiosa. Non mi riconosco e non mi piaccio. Questo luogo mi ha ingrigito e mi sta soffocando, giorno dopo giorno.
Non sappiamo ancora dove andremo, magari non ci allontaneremo molto o forse andremo veramente a vivere vicino al mare. Voglio solo riprendere a comunicare col mondo, tornare a sorridere alle persone che incontro per strada…. voglio ricominciare ad attaccar bottone con tutti… voglio la serenità e la gioia che merito.