Oggi è il mio compleanno. Gli anni sono già 44. Un numero che non ho mai amato, chissà poi perché tanto odio per tutti i numeri che contengono la cifra 4! Un giorno indagherò, sicuramente ci sarà un motivo, per ogni nostra inclinazione ce n’è uno!

Non è facile fare un bilancio di ciò che è stata la mia vita fino ad ora, anche perché non avrei mai pensato di arrivare a questa età. Da piccola avevo paura di morire e pensavo che non sarei arrivata a 18 anni, alla patente, all’età adulta fatta di scelte proprie, libertà e responsabilità. Poi invece maggiorenne lo sono diventata e gli anni si sono susseguiti così velocemente che sembrano sfuggiti dalle mie mani. Perché quando si è piccoli una giornata è infinita e il tempo passa molto lentamente quando non sai leggere l’orologio, ma quando cresci aumenta anche la capacità del tempo di scorrere via sempre più velocemente. Mi sembra ieri che correvo nei giardini con pantaloncini corti e ginocchia sbucciate. Vendevo Nutella e Fiesta al curaçao nel banchetto che avevo allestito nel negozio di alimentari di famiglia. Le botte il mio primo e unico giorno di asilo. Le elementari di cui amavo solo le recite a fine anno. Poi è stato un attimo e mi sono ritrovata a cantare “Russian” di Sting all’esame di terza media, perché portavo una traccia che partiva dalla Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda. Poi il primo bacio, gli anni del liceo, le amicizie sbagliate e quelle indissolubili. Una lotta quotidiana con una prof di italiano e latino frustrata dalla sua incapacità di uscire dal suo ruolo. Gioia spensierata di ragazzi difficili e un lutto che ti segna una cicatrice indelebile nel cuore. L’esame di maturità, tanto atteso per poter prendere il volo verso una nuova vita. E cambiare città, regione, mare. Carica di emozioni con l’università da affrontare, tutta sola, in un appartamento condiviso con altre ragazze. Facce nuove, amori nuovi. Studio, sì, ma anche tante avventure e tante speranze. Tanti eventi che mi hanno fatto crescere, indurito, forgiato, rimanendo fedele sempre alle mie idee e ai miei valori.

Tutto però con gli anni diventa scolorito, distante. Nomi che non ricordo più, facce lavate via dagli anni e dai mille e più incontri che ti danno qualcosa o ti lasciano indifferente. Luoghi di cui non ricordo più gli odori e le luci. Continuo a ripetermi che avrei dovuto camminare nel corso della mia vita con la macchina fotografica perennemente in mano per rendere indelebili ricordi e momenti che adesso non ho più e che prima o poi perderò. Per fortuna, non tutto è perduto e un po’ di foto ci sono a testimoniare com’ero e come sono. Immagini in cui sorrido solo quando sono io a volerlo. Foto di feste, amici sorridenti, foto di paesaggi amati, parenti ormai lontani e oggetti dimenticati.
Ecco, non ho paura di invecchiare, ma temo di perdere i ricordi…poi però senti le note di una canzone e ti tornano vivide davanti agli occhi immagini che credevi perdute. Senti di nuovo il timbro di quella voce, il colore di quel mare, il profumo di quella torta al cioccolato…dentro di me è ancora tutto intatto. Devo solo riuscire ad aprire il giusto cassettino della memoria e sono ancora capace di vedere, come dentro un film, le scene della mia vita e di ricordare i volti, le voci delle persone che mi mancano.

Se penso a una immagine che mi rappresenti mi vedo o con un libro o con una penna in mano. Ho sempre letto molto e in modo bulimico, ma ho anche, decisamente, scritto tanto. Alle elementari mi dilettavo a raccontare favole per le bambole. Erano piccole storie di animali con un unico protagonista, Bobo, il mio coccodrillo di gomma. Era fatto ad organino e si trainava con una cordicella. Lo adoravo e me lo portavo ovunque! Alle medie mi ero messa in testa di scrivere un libro di avventure: la storia di un gruppo di amici che, durante una vacanza, facevano un’escursione con un piccolo volo interno e precipitavano su un’isola deserta. Una sorta di “Signore delle Mosche” o forse un’idea embrionale in stile “Lost” (nel mio libro avrei voluto ricreare quell’atmosfera di mistero che lì, molti anni dopo, ho trovato). Ne scrissi qualche capitolo, poi persi il quaderno e non ritrovai mai più “L’isola di sabbia rossa”…sicuramente perso nel trasloco in cui sparì anche tutta la mia amata collezione di fumetti di Diabolik.

Alle superiori scrivevo continuamente. Diari pieni di poesie d’amore, di cuori infranti, di tormenti adolescenziali e incomunicabilità generazionale. Ero un’adolescente tendenzialmente cupa e depressa, molto dark (se aprivo il mio armadio mi sembrava di cadere in un buco nero), delusa e incazzata col mondo! Poi scoprii la magia curativa delle parole e scrivevo pensieri sparsi. Flussi di pensieri e parole. Terapeutiche parole libere. Scrivevo in classe, scrivevo a casa, scrivevo sull’autobus. Scrivevo di me, dei miei sogni, delle mie paure, delle mie ossessioni, delle ingiustizie del mondo e scrivevo insulti alla solita prof di latino. Volevo anche scrivere un libro su di lei: “La sindrome di Elena” in cui analizzavo le motivazioni psicologiche per cui amava torturare alcuni dei suoi studenti. Arrivata all’università la scrittura ha cambiato forma ed è diventata epistolare. Scrivevo agli amici lontani e ad un amore estivo a cui io inviavo lettere chilometriche e lui rispondeva telefonandomi. Poi ho scritto in maniere funzionale: la mia Tesi di Laurea. Ci ho messo pochi giorni a scriverla. Era emozionante creare le mie ipotesi e raccontarle a modo mio.

Poi ho smesso di scrivere per me e ho iniziato a farlo per gli altri quando per caso e per amore ho iniziato a frequentare il mondo dell’automobilismo. Non ho scritto più di me, ma ho raccontato uno sport e i suoi protagonisti ed è diventato un lavoro. Fare la reporter non era nei miei piani, ma era divertente e diventavo ogni giorno più brava (viva la modestia!), ma l’ambiente era una merda e il giornalismo, quello vero, è un’altra cosa. Amavo scrivere, ma ho mollato il contesto e quindi la scrittura e ho chiuso in un cassetto il libro che stavo scrivendo, perché ambientato anch’esso nel mondo delle competizioni automobilistiche che mi stavano dando l’orticaria! Già stavo scrivendo anche un libro, uno di quelli veri, con capitoli e struttura già delineati.
Però la voglia di scrivere non si è mai spenta e adesso è diventata un blog.