Oggi è il 1° maggio. E’ domenica e piove. Situazione ideale per sottolineare l’umore e lo stato precario dei lavoratori italiani. I miei ricordi della festa del lavoro risalgono alla mia infanzia, con il corteo pieno di dettagli rossi. Bandiere, camicie, cappelli, striscioni o fiori. Qualcosa di rosso c’era sempre. Poi crescendo il 1°maggio è stato anche sinonimo di concertone romano, patrocinato dai sindacati, che con gli anni ha perso quasi completamente il suo ruolo di impegno e lotta e messaggi a pugno chiuso, per diventare vetrina di chi ha un disco nuovo da vendere. Adesso per molti è solo una grigliata o una gita fuori porta, come un lunedì di pasqua qualsiasi. Niente più lotte e rivendicazioni. Ormai non c’è più niente per cui sperare e solo voglia di non pensare. E’ la festa di una cosa che non esiste più, non è più un diritto e non nobilita più l’uomo.
Ma io non ce la faccio, così non va. Non si abbandonano le idee e le lotte. Per me il 1° maggio è un papavero rosso, lo so non se ne trovano più molti, almeno non in città. Ogni tanto ne spunta uno tra marciapiede e strada dove i comuni ridotti allo stremo fanno meno manutenzione. Lì dove il cemento si sfalda ogni tanto spunta una macchia rossa. Io spesso mi vedo così: un papavero rosso che resiste e si agita in mezzo al grigio della cementificazione e alle sterpaglie. E allora voglio fare i miei auguri per questa festa a chi ancora ci spera, a chi ancora ci crede.

Buon 1° Maggio…
…a chi lavora anche nei giorni di festa;
…a chi ha un lavoro a tempo indeterminato, beato lui, e se lo tiene stretto;
…a chi ha un lavoro a termine e non sa cosa succederà dopo;
…a chi ha un lavoro autonomo e ha paura della crisi;
…a chi un lavoro non lo trova e deve arrangiarsi;
…a chi a forza di fare lavori a progetto, i suoi di progetti non riesce a portarli avanti;
…a chi il suo lavoro l’ha fatto, ma non è stato pagato;
…a chi il lavoro l’ha perso e non sa cosa fare;
…a chi un lavoro ancora non ce l’ha, ma pensa già che sarà dura;
…a chi rischia ogni giorno la sua vita lavorando;
…a chi ha perso la vita lavorando;
…a chi con il suo lavoro salva le vite degli altri;
…a chi lotta per i diritti dei lavoratori;
…a chi non ha voglia di lavorare;
…a chi lavora con passione;
…a chi fa sacrifici per un lavoro da fame…ma che soddisfazione…;
…a chi fa un lavoro da schifo, ma solo quello c’è;
…a chi ha lasciato un lavoro sicuro per seguire una strada meno battuta;
…a chi un lavoro quasi l’aveva trovato, ma l’hanno dato a quello raccomandato;
…a chi tutti i giorni si fa un culo così e piange lacrime sudate, ma i soldi non bastano mai;
…a chi di tre mesi in tre mesi rimanda la sua vita autonoma perché il lavoro è a termine;
…a chi all’assunzione insieme al contratto ha dovuto firmare una lettera in bianco di licenziamento;
…a chi in quanto donna deve faticare il doppio per far carriera e anche quando è al top guadagna meno degli uomini;
…a chi è cassintegrato e non vede futuro;
…a chi ha ricevuto durante le ferie una mail di licenziamento;
…a chi ancora prova a far concorsi nonostante siano truccati;
…a chi vive alla giornata perché se pensa al futuro non vede niente;
…a chi ha visto il proprio lavoro subire una delocalizzazione;
…a chi ha perso diritti e ha visto aumentare i dovere e diminuire la capacità di acquisto del proprio stipendio;
…a chi ha provato ad inventarsi un lavoro, una professione e deve quotidianamente fare i conti con tasse e affitti;
…a chi ormai nella grande distribuzione, e non solo, è costretto a fare turni anche a Natale;
…a chi ha studiato tanto e poi si è sentito dire che non c’è posto per chi entra tardi nel mondo del lavoro;
…a chi si vede sbatter le porte in faccia perché vogliono solo una bella presenza;
…a chi non si può permetter di ammalarsi, pena l’estromissione dalle liste delle agenzie interinali;
…a chi è costretto ad impiccarsi ogni giorno con una cravatta al collo;
…a chi per manifestare il proprio diritto al lavoro spesso si becca anche le manganellate;
…a chi ha scelto la strada sbagliata e ormai non può più tornare indietro

Buon 1° maggio da chi fa un lavoro che comunque non la soddisfa, da chi ha messo una laurea e tanti sogni nel cassetto, da chi mai riuscirà ad avere una pensione, da chi si è dovuta adattare e ha sempre sostenuto che flessibilità e lavoro interinale avrebbero solo portato precarietà, incertezza, fine dei diritti e fame.