Tra credere e non credere prevalse la pipì.

Ero una bambina molto curiosa e dalla classica fase degli infiniti “perché” passai in fretta a fare domande più articolate e spesso imbarazzanti per chi le riceveva, soprattutto per la mia insistenza nel voler ottenere risposte concrete e non le solite frasi sbrigative di chi non non vuole perdere tempo con te. Tutta colpa di mio nonno che mi ha gestito nel periodo in cui i miei coetanei frequentavano la scuola materna…io no, io stavo a casa e imparavo a scrivere, a leggere, a pensare e a dubitare. Sì, a dubitare. Il più importante insegnamento che ho ricevuto da lui è stata propria la necessità di avere delle riserve e approfondire le nozioni e le informazioni che ricevevo. Arrivata alle elementari ho iniziato subito a mettere in pratica i miei principi. La maestra non sempre apprezzava, ma nel suo compito di insegnare doveva, comunque, prendermi in considerazione e all’inizio lo fece. I guai, però, non tardarono ad arrivare e coincisero con l’inizio dell’indottrinamento cattolico che avveniva su due fronti: a scuola con la suddetta, bigottissima, maestra e a catechismo.

La maestra conosceva la mia famiglia e sapendo che eravamo comunisti vedeva bene di eliminare il problema facendomi uscire dalla classe, quando parlava di religione. Per lei eravamo automaticamente atei, in quanto comunisti. Vero, ma non stava a lei stabilire la mia uscita dall’aula, anche perché i miei avevano scelto, per evitarmi problemi di integrazione (decisione assai discutibile…), di farmi ricevere comunque i sacramenti e di farmi frequentare l’ora di religione a scuola (crescendo scelsi però di esserne esonerata). Raccontando a casa il mio allontanamento dall’aula, cosa che mi aveva fatto diventare una bestia furente, decidemmo di dare una tiratina di orecchie alla cara maestra. I miei la chiamarono a casa (viveva nel mio quartiere) e litigarono con lei. Anche io ebbi modo di sottolinearle che mi aveva fatto del male con la sua decisione ed ero molto delusa dal suo comportamento. Da quel giorno non fui più “deportata”, ma tra me e la maestra fu solo odio. A lei decisi di non fare più domande, ma rispondevo a tono a molte delle sue frasi ridicole ed inutili sulla politica, discorsi che avevano l’intento di svilire il ruolo educativo della sinistra. Era arrivata perfino a dirci che i comunisti mangiano i bambini…

Il meglio però mi aspettava con la dottrina della domenica mattina. Catechismo e poi messa. Odiavo svegliarmi presto anche la domenica, ma andava fatto e cercai di partecipare in modo curioso, propositivo e senza preconcetti. Chissà magari avrei potuto scoprire che essere cattolici non era così male; avrei potuto trovare in me uno spirito religioso; appassionarmi alle parole delle giovani catechiste e delle suore che ci avrebbero accompagnato in questo percorso verso i sacramenti…
Beh, non fu così. La mia buona volontà, la mia ricerca e curiosità furono ripetutamente insultate e calpestate, così come la mia dignità di bambina e di futura donna!

C’erano tre risposte che odiavo ricevere. Tre risposte che puntualmente ottenevo. È vero, di domande ne facevo tante, forse troppe… ero sempre lì con la mano alzata e gli occhi bramosi di conoscenza. Occhi disillusi domenica dopo domenica. Intelligenza insultata dalle immancabili repliche indottrinanti: “parola di Dio,” “verità di fede” e “mistero della fede.”
Ancora adesso quando sento queste risposte mi viene l’orticaria. Agli altri come potevano bastare simili affermazioni? Dove era finita la curiosità degli altri miei compagni? Stavano ascoltando i discorsi delle suore con spirito critico o li recepivano come oro colato?
Molti anni dopo, alcuni di loro mi hanno rivelato che nemmeno ascoltavano quanto veniva detto e non ricordano nemmeno che alcuni bambini facessero domande. Insomma già allora non mi ascoltava nessuno…

Peccato, perché se mi avessero ascoltato si sarebbero fatti anche qualche risata. Eppure ricordo qualcuno che rideva, soprattutto quando chiesi, molto innocentemente, informazioni sulla natura della verginità di Maria. Dire che spiazzai la suora è un eufemismo! Mi avrebbe presa a schiaffi!
Cosa c’era di male nella domanda ancora non l’ho capito. Ero solo una bambina curiosa e informata sui fatti della vita, compresi nascita e morte. Dissi alla suora che non mi era chiaro il concetto di verginità. Mi fu puntualmente risposto che il concepimento di Maria ad opera di Dio era una Verità di Fede. Allora replicai che quello poteva anche starci, visto l’onnipotenza divina di chi, in teoria, aveva creato tutto, ma non capivo perché continuare a definirla vergine anche dopo il parto, non comprendevo perché insistere a parlare della verginità perpetua di Maria! Gli occhi della suora erano sempre più arrabbiati, ma io continuai a dire quello che pensavo. La nascita di Gesù avrebbe compromesso la verginità di Maria, per forza. La risposta della suora fu disarmante. Mi disse che Gesù era nato col parto cesareo! Con il cesareo? Non ci potevo credere. Mi stava mentendo. Voleva evitare l’argomento e mi aveva deliberatamente detto una balla! Non era educazione, allora! Tutto fu chiaro. Non dobbiamo capire, approfondire, farci domande. Dobbiamo solo credere, ciecamente, irrazionalmente. Ero frustrata. Il cesareo non era ancora stato inventato. Lo dissi. Era una cosa che sapevo. Io sono nata col cesareo e mi avevano spiegato cos’era e perché si chiamava così. La parola cesareo deriva dal verbo latino caedere che significa tagliare e non si riferisce al modo in cui è nato Giulio Cesare. I primi cesarei si effettuavano già nell’antica Roma, ma solo per estrarre i feti dalle donne morte. I primi tagli cesarei su donne vive risalirebbero, invece, al 1500.

Da lì decisi di mettere alla prova catechiste e suore. Volevo capire se era stato un caso, magari dovuto all’imbarazzo del tema trattato, o se era una prassi, quella di smorzare sul nascere un libero pensiero. Allora ci riprovai e l’occasione giusta arrivò con la creazione e il libero arbitrio. Fu così che usai quella serpe tentatrice irriverente che, nonostante io nutra una certa paura per i serpenti, mi era sempre stata simpatica. La pecora nera in un paradiso perfettino e, chissà, forse anche un po’ monotono, visto com’è andata a finire nel giardino dell’Eden!

Vi ricordate no, com’è andata la storia di Adamo ed Eva? Dio creò il mondo intero in sette giorni. Nel primo giorno separò la luce dalle tenebre; il secondo giorno separò le acque superiori (quelle che erano oltre la volta celeste) dalle inferiori; il terzo separò la terra dalle acque inferiori e vi creò il regno vegetale; il quarto giorno pose nel firmamento Sole e Luna, separando il giorno dalla notte; il quinto creò pesci e uccelli; il sesto giorno fu la volta della creazione degli animali e poi generò l’uomo (indistinto dalla donna), a sua immagine e somiglianza, che avrebbe dominato su tutto il resto del creato, capace di generare e quindi fecondo e che si sarebbe nutrito di alimenti vegetali. Il settimo giorno non creò, ma benedisse il suo operato e consacro il giorno di riposo. Successivamente Dio, da una costola dell’uomo chiamato Adamo, creò Eva, la donna. La sua sposa. Adamo ed Eva vennero collocati nel giardino dell’Eden dove avrebbero vissuto in pace e armonia, intenti a procreare l’umanità. Erano nudi, ma non provavano vergogna.

La pacchia, però, finì nel momento in cui Dio comandò di non mangiare i frutti dell’albero posto in mezzo al giardino: “Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai certamente dovrai morire.”
A quel punto entrò in scena il serpente, definito come il più astuto di tutti gli animali che Dio aveva creato. L’animale tentatore chiese ad Eva la storia del divieto e poi le disse: “No, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male.” Allora Eva valutò la situazione. Guardò bene l’albero che le sembrò buono per nutrirsi e bello da vedere, inoltre il frutto era proprio desiderabile perché dava la possibilità di acquisire conoscenza, di andare oltre a ciò che c’era intorno a loro. Decise di mangiare il frutto proibito (non chiamatelo mela, anche se le suore dicevano che lo era, perché non è specificato che frutto fosse) e convinse anche Adamo a cibarsene, ma non ci mise poi tanto a farlo perché, si sa, le donne sono tentatrici e cattive quanto il serpente. Lo so, questo la Bibbia non lo dice, ma è implicito nel maschilismo del libro!
Dopo aver mangiato il frutto aprirono gli occhi e si accorsero di essere nudi, provandone per la prima volta vergogna. Si coprirono con le foglie e udendo la voce di Dio si andarono a nascondere.
Il risultato fu che non provarono la conoscenza promessa dal serpente che li aveva quindi tentati ed ingannati e furono puniti da Dio con la cacciata dal paradiso terrestre e con una vita fatta di duro lavoro e dolore. Però non morirono come lui aveva detto loro. Il peccato originale era commesso per bramosia di voler conoscere troppo, tutto a costo di perdere l’innocenza con cui Dio li aveva creati per preservarli dal dolore. Nacque il libero arbitrio a cui vengono imputati i mali del mondo, mentre le cose belle sono tutte miracolosamente calate dall’alto, dal Dio benevolo. Si, lo so, sto giudicando e criticando la sacra scrittura con questa mia ultima affermazione, ma è più forte di me!

Bene, a me questa storiella non è mai andata giù. E lo feci presente con alcune semplici domande.
Dio voleva preservare Adamo ed Eva da quale dolore se lui aveva creato un mondo perfetto? Perché aveva creato e messo proprio in mezzo al giardino un albero tanto bello, per poi negarlo alle sue creature? Perché voleva metterle alla prova? Ma che bisogno aveva di testare coloro che aveva creato a sua immagine? Aveva commesso errori nella creazione? Allora non è perfetto nemmeno lui? E il serpente? Perché lo aveva creato tentatore? Voleva mettere un po’ di pepe nel giardino della noiosa e immobile perfezione? Perché parlava il serpente? Il serpente era stato creato già cattivo con questa tendenza voluta da Dio, oppure era diventato così per propria scelta attraverso il libero arbitrio? Oppure non era affatto un ingannatore, ma poneva ad Eva l’idea della legittima possibilità di fare scelte diverse nella sua vita? Il serpente era veramente Satana? E se lo era perché nel testo non ci viene spiegata la creazione di Satana ad opera di Dio?

Immaginate come reagì la suora (di cui non ricordo assolutamente il nome)? Mi fece uscire dall’aula e mi mandò in giardino a pulire la vasca dei pesci rossi e le rocce circostanti, con un retino ed una spazzola, tipo brusca. Ero stata cacciata dall’Eden? In realtà quella che secondo lei era una punizione per me fu una benedizione e sicuramente quel giorno il mio amore per gli animali aumentò, a discapito di quello per alcuni esseri umani che si erigono a custodi di verità assolute.
Non ebbi mai risposte a quelle domande. Non ebbi più nessuna risposta e alla fine smisi anche di fare domande.

L’ultima domanda che rivolsi ad una suora fu banale e anche quella fu disattesa. Era il giorno della prima confessione in vista della Prima Comunione. Dall’aula ci portavano a gruppi di tre in una specie di andito, si non era un corridoio, ma un locale adibito a disimpegno. E poi ci chiamavano, una ad una, per andare alla confessione, faccia a faccia col prete. A me scappava la pipì. Quando ero in aula mi avevano detto che non potevo andare in bagno perché dovevo prepararmi ad incontrare il parroco. Mi avrebbero portato in bagno prima della confessione. Aspettai pazientemente a gambe intrecciate con la vescica che scoppiava. Fecero slittare con una scusa il mio turno di un gruppo, ma quando mi portarono nel disimpegno, mi negarono di nuovo di andare in bagno. Dovevo rispettare la sacralità del momento, mi fu detto. Eravamo in tre. Chiamarono la prima bimba e rimanemmo in due nella buia stanzetta. Dopo 10 minuti chiamarono la seconda bambina e io restai sola. In un angolo c’era una pianta che diventò il mio bagno. Mi liberai così, con la vescica dolorante, della mia pipì. Fu un sollievo, ma non mi liberai mai del dolore che mi aveva provocato la negazione di un mio bisogno, di una mia necessità.

In quel momento decisi che nella mia vita non c’era posto per i dogmi e per la religione che aveva disatteso ogni mia esigenza, ogni mia richiesta e curiosità. Chi rifiutava il dialogo non poteva far parte della mia vita. Andai alla confessione con uno spirito libero e dissi al prete, fra l’altro un carissimo amico di mio nonno, che non avevo commesso nessun peccato, che rifiutavo anche il concetto di peccato originale, perché un bambino nasce innocente ed è solo la vita che lo cambia, se lo cambia. Ovviamente mi toccò scontare la penitenza di rito, se non ricordo male mi disse di recitare un’Ave Maria e due Padre Nostro, penitenza da scontare subito sulle panche della chiesa dove fui condotta dalla solita suora. Lei continuò a negarmi l’uso del bagno per tutto il resto della giornata, ignara del fatto che avevo già dato da bere alla sua pianta. Ovviamente sulle panca non pregai, pensai a quanto era falso quel mondo, a quanto tentavano di plasmare le nostre menti.

Insomma, sostanzialmente sono atea perché nessuno ha dialogato con me, e con gli anni questa mia convinzione si è inevitabilmente rafforzata, ma a decidere la strada di una piccola bambina ribelle furono un parto cesareo, un serpente, un frutto e soprattutto la pipì… perché se non mi aiuti nel momento del bisogno decade il tuo castello di carte!